La menzogna dell’apartheid. E la verità PDF Stampa E-mail
Domenica 05 Dicembre 2010 09:00

Bandiera della RSA appesa ad una croce

Quello che segue è un commento di Volkstaat.it al saggio “The Lie of Apartheid” (in italiano: “La menzogna dell’apartheid”), del libro “The Lie of Apartheid and other true stories from Southern Africa” di Arthur Kemp.

Molto di quanto scritto da Arthur Kemp nel suo saggio può essere condiviso, ma non tutto.
Innanzitutto bisogna premettere che:
1. Il regime dell’apartheid della RSA (Republic of South Africa) garantiva la libertà a molti (seppur non tutti) popoli e nazioni dell’Africa del sud, al contrario del regime attuale, che ha realizzato un unico macrostato;
2. Il sistema dell’apartheid, seppur capitalista e responsabile di aver modificato demograficamente l’Africa del sud, favorendo – alla fine - l’instaurazione del regime capitalista-comunista attuale, era veramente considerato da molti afrikaner (da intendersi come tutti i bianchi di lingua afrikaans) – in assoluta buona fede - come uno strumento per favorire la crescita e lo sviluppo di tutti i popoli, salvaguardando le specificità di ogni nazione. Una grande bugia del capitalismo internazionale a cui, purtroppo, tanti nazionalisti credettero per anni, risvegliandosi alla fine nell’impero capitalista-comunista di oggi, evoluzione (ed elaborazione) di tale politica.
3. L’autore – Arthur Kemp – mostra la tendenza a considerare tutti i neri, a quel tempo residenti in Africa del sud, come un’unica entità, e quindi un’unica forza. Quasi come una nazione. Ma non è così. Ogni razza si sviluppa in tribù, etnie e nazioni, assolutamente diverse le une dalle altre. E infatti in Sudafrica (RSA) non c’era una nazione nera, ma milioni di neri, divisi per tribù, etnia e nazione.


Premesso questo, il punto fondamentale di disaccordo con quanto sostenuto da Arthur Kemp in “The Lie of Apartheid”, non è sul fatto che il regime della RSA dovesse finire, ma sul come, sul quando e sul perché.
Come sostenitori della causa indipendentista boera, la fine della RSA era auspicabile; e per altro: tutti i movimenti (veramente) nazionalisti sostenevano la creazione di uno Stato boero (“Volkstaat” o “Boerestaat”) indipendente, nei territori delle Repubbliche Boere.
Nel suo saggio Arthur Kemp, descrivendo gli ultimi decenni della RSA, si prodiga per dare l’impressione di un Paese sempre più alla deriva, gravemente minacciato dai milioni di neri che l’abitavano, pronti a sollevarsi per rovesciare il Governo. Tutto questo è molto lontano dalla realtà.
Quando la situazione arrivò effettivamente ad essere instabile, non fu solo perché il Sudafrica si era trasformato demograficamente, ma anche perché da 30 anni venivano attuate politiche – da parte delle elite economiche e politiche della RSA, e delle elite economiche e politiche internazionali - deliberatamente volte a destabilizzare tutta la regione. A partire dalla metà degli anni ’60, varie politiche su cui si basava e viveva la RSA vennero progressivamente ribaltate. Un esempio su tutti: mentre prima i terroristi venivano combattuti con tutti i mezzi, dentro e fuori dai confini della RSA; progressivamente si smise di combatterli, per poi liberali, supportarli, fino ad aiutarli a prendere il potere su tutta la regione. Le politiche della RSA fissate da Hendrik Verwoerd, seppur da un lato avevano indebolito grandemente la “nazione” demograficamente (errore gravissimo), dall’altro avevano sconfitto il terrorismo, e avevano reso il Sudafrica stabile (almeno temporaneamente) e tranquillo. Smettere di combattere il terrorismo, supportate e liberare i terroristi, abbattere ad una ad una tutte le politiche di segregazione su cui si reggeva la RSA, non furono vie obbligate, ma precise scelte di potere.
Il caos, generato dal potere (sudafricano ed internazionale), venne sfruttato per spaventare la popolazione “bianca” (con solo riferimento al colore della pelle - l’unica che a quel tempo aveva diritto di voto nel territorio della RSA), convincendola – attraverso massicce campagne propagandistiche - che l’unica via era quella di proseguire sulla strada delle “riforme”.
Se la RSA doveva finire, poteva finire in un altro modo, senza l’instaurazione di regime unico, capitalista-comunista, su tutta l’Africa del sud. Magari poteva finire nel modo giusto, garantendo la libertà di tutte le nazioni dell’Africa meridionale (quelle nere, e quella bianca: la nazione Boera), sulla terre che storicamente gli appartengono. Il fatto che non sia andata così, è perché il potere ha voluto così.
Negli anni ’80 e ’90, garantire la libertà al popolo Boero in un Volkstaat indipendente, non sarebbe stato molto difficile. La RSA aveva ancora il potere politico e militare per farlo. Semplicemente: non volle farlo. Il potere consegnò così tutti i popoli dell’Africa del sud nelle mani di un’unica entità politica, tentando di legittimare l’operazione con un’elezione multinazionale (e quindi assolutamente illegittima). Per stimolare la partecipazione dei boeri al voto, si propagandò la grottesca illusione che l’indipendenza sarebbe stata regala dopo… aver votato per il regime unico. Il Vryheidsfront (VF) – oggi Vryheidsfront Plus (VF+, in inglese: Freedom Front Plus, FF+) – fu il partito organizzato per propagandare questa illusione, oltre che per disgregare il fronte indipendentista boero.