La Guerra Anglo-Boera: una guerra capitalista (The Boer War Remembered) PDF Stampa E-mail
Domenica 21 Novembre 2010 17:26

Fonte: Institute for Historical Review (USA)

 

Commemorata la Guerra Boera
a cura di Mark Weber
traduzione a cura di: Gian Franco Spotti

Guerra Anglo-Boera, una guerra capitalista

Dal The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1999 (vol. 18, n. 3), pagine 14-27. Questo saggio è una revisione ed un ampliamento di un saggio che fu pubblicato nel numero dell’autunno 1980 di The Journal of Historical Review.

La Guerra Anglo-Boera del 1899-1902 fu qualcosa di più del primo importante scontro militare del 20° secolo. Contrapponendosi, come fece l’impero coloniale britannico, sostenuto dalla finanza internazionale, a una piccola nazione pionieristica di agricoltori indipendenti, allevatori e commercianti in Sud Africa che vivevano secondo la Bibbia e il fucile, il suo retaggio continua ancora oggi a echeggiare.
Il ricorso dei boeri ad una guerra irregolare e la reazione britannica nel rinchiudere un centinaio di migliaia di donne e bambini in campi di concentramento presagì agli orrori della guerriglia e della detenzione di massa di innocenti che divennero emblematici del 20° secolo.

Gli antenati olandesi, ugonotti e tedeschi dei boeri si insediarono per la prima volta nell’area del Capo in Sud Africa nel 1652. Dopo diversi tentativi, la Gran Bretagna ne prese in controllo nel 1814.
Rifiutandosi di sottomettersi al dominio coloniale straniero, 10.000 boeri lasciarono l’area del Capo in quella che fu la Grande Marcia (Great Trek) del 1835-1842. I migranti andarono verso nord, prima nel Natal e poi verso gli altipiani interni dove fondarono due repubbliche indipendenti, lo Stato Libero di Orange e la Repubblica Sudafricana del Transvaal.
I boeri (che in lingua olandese significa: “contadini”) lavorarono sodo per farsi una loro vita,  dovettero anche combattere per tenere le loro repubbliche in erba fuori dall’invasione britannica e sicure dagli attacchi dei nativi africani.

Il loro grande leader era Paul Kruger, un imponente e impetuoso uomo profondamente religioso.
Questa patriarcale e barbuta figura era amata dalla sua gente, che lo chiamava affettuosamente “Oom Paul” (Zio Paul). Nato nel 1825 in una famiglia contadini relativamente benestante nella colonia del Capo, partecipò ancora ragazzo alla Grande Marcia. Si sposò all’età di 17 anni, rimase vedovo a 21, si risposò due volte e divenne padre di 16 figli. Con soli pochi mesi di istruzione scolastica, le sue letture erano concentrate quasi interamente sulla Bibbia. Era un accanito cacciatore, un esperto cavaliere ed un abile nuotatore e subacqueo.

Durante la sua vita, Kruger diede ripetutamente prova del suo coraggio e della sua intraprendenza in numerosi scontro militari campali. Quando aveva 14 anni fece la sua prima battaglia, un incursione contro il reggimento Matabele, ed uccise anche il suo primo leone. Nel corso dei suoi vent’anni egli prese parte a due importanti battaglie contro le forze dei nativi di colore.

Per quattro volte fu eletto Presidente della Repubblica del Transvaal. Il suo coraggio, l’onestà e la devozione furono di grande aiuto nel sostenere il morale della sua gente durante i duri anni del conflitto. Un osservatore contemporaneo descrisse Kruger come un “oratore naturale, rude nei discorsi, senza termini moderati ed un logico equilibrio, ma appassionante e convincente nella coinvolgente arringa della sua convinzione.” (1)


Oro e diamanti

La scoperta dell’oro a Witwatersrand nel Transvaal nel 1886 pose fine all’isolamento Boero e portò una mortale minaccia al sogno di libertà della nazione, da parte di un dominio straniero. Come un magnete, i ricchi depositi auriferi della zona attirarono valanghe di avventurieri e speculatori stranieri, che i boeri chiamavano “Uitlanders” (forestieri). Nel 1896 la popolazione di Johannesburg era cresciuta fino a superare i centomila abitanti. Dei 50.000 residenti bianchi, solo 6.205 ne erano cittadini. (2)

Come spesso accade nella storia, importanti aspetti del conflitto anglo-boero vennero alla luce soltanto anni dopo la fine della guerra. In un eccellente studio del 1979, intitolato LA GUERRA BOERA, lo storico britannico Thomas Pakenham rivelò dettagli precedentemente sconosciuti circa la cospirazione di funzionari coloniali britannici e finanzieri giudei per far precipitare il Sud Africa nella guerra. Gli uomini che calavano in Sud Africa in cerca di ricchezza, includevano Cecil Rhodes, il noto capitalista inglese e visionario imperiale e una manciata di giudei ambiziosi che, assieme a lui, avrebbero giocato un ruolo decisivo nel fomentare la Guerra boera.

Barney Barnato, un piccolo vivace e volgare tizio dell’East End londinese (nato Barnett Isaacs), fu uno dei primi dei tanti giudei che ebbero un importante ruolo nelle questioni sudafricane. Con operazioni scaltre ed audaci, nel 1887 egli presiedeva un enorme impero affaristico-finanziario di oro e diamanti in Sud Africa. Nel 1888 si unì al suo concorrente, Cecil Rhodes, che era sostenuto dalla famiglia di banchieri europei Rothschild, nella conduzione dell’impero De Beers che controllava tutta la produzione sudafricana di diamanti e quindi il 90% dell’estrazione mondiale, nonché una grande percentuale della produzione mondiale di oro. (3) (Nel 20° secolo, il cartello diamantifero De Beers, cadde sotto il controllo di una dinastia ebraico-tedesca, gli Oppenheimer, che controllava anche la sua gemella aurifera, la Anglo-American Corporation. Con il suo effettivo monopolio mondiale sulla produzione e sulla distribuzione diamantifera e con una mano su una vasta percentuale della produzione aurifera mondiale, la famiglia miliardaria ha governato un impero finanziario di importanza globale senza rivali. Controllava anche influenti quotidiani in Sud Africa. Il potere e l’influenza degli Oppenheimer in Sud Africa era così grande dar far concorrenza a quello del governo stesso). (4)

Nell’ultimo decennio del XIX° secolo, la più potente impresa finanziaria in Sud Africa era: Wernher, Beit & Co., che era controllata e gestita da uno speculatore giudeo di Germania di nome Alfred Beit. Rhodes contò pesantemente sul sostegno di Beit, i cui stretti legami con i Rothschild e la Dresdner Bank permisero all’ambizioso uomo inglese di acquisire e consolidare il suo grande impero affaristico-finanziario. (5)

Come lo storico Pakenham ha rilevato, gli “alleati segreti“ di Alfred Milner, l’Alto Commissario Britannico per il Sud Africa, erano “i raccatta-oro londinesi, specialmente i finanzieri della più grande di tutte le case minerarie del Rand,  la Wernher Beit”. Pakenham continua: “Alfred Beit era il gigante, un gigante che dominava il mercato mondiale dell’oro come uno gnomo. Era piccolo, grassoccio e calvo, con grandi occhi chiari luminosi ed un tic nervoso che lo portava a tirarsi i suoi baffi grigi “ (6)

Beit e Lionel Phillips, un milionario giudeo inglese, insieme controllavano la H. Eckstein & Co., il più grosso gruppo monopolistico minerario del Sud Africa. Delle sei più importanti compagnie minerarie, quattro erano controllate da giudei. (7)

Nel 1894, Beit e Phillips, stavano cospirando dietro le spalle degli inglesi e dei boeri in ugual misura per “avvantaggiarsi” del Transvaal Volksraad (Parlamento del Transvaal) con decine di migliaia di sterline in bustarelle. In un caso, Beit e Phillips spesero 25.000 Sterline per sistemare un’importante questione prima che l’assemblea avesse luogo. (8)


L’incursione di Jameson

Il 29 Dicembre 1895, una banda di 500 avventurieri inglesi tentò con la forza di prendere il controllo delle Repubbliche Boere in un colpo di stato armato “non ufficiale”. Rhodes, che all’epoca era anche primo ministro della colonia del Capo governata dagli inglesi, organizzò il colpo che Alfred Beit finanziò con un importo di 200.000 Sterline. Anche Phillips si unì alla cospirazione. Secondo il loro piano, gli incursori capitanati da Sir Leander Starr Jameson, un personale amico intimo di Rhodes, sarebbero calati dal confinante territorio britannico a Johannesburg per “difendere” laggiù gli “stranieri” britannici i quali, previo accordo segreto, avrebbero simultaneamente preso il controllo della città in nome degli stranieri “oppressi” e proclamato il nuovo governo del Transvaal. In una lettera che parlava del piano, scritta quattro mesi prima dell’incursione, Rhodes confidava a Beit: “Johannesburg è pronta… questa è la grande idea che rende l’Inghilterra dominante in Africa e che, di fatto, da il continente africano in mano inglese” (9)

Rhodes, Beit e Jameson contavano sul sostegno a Londra del nuovo Segretario alle Colonie, Joseph Chamberlain (padre del futuro Primo Ministro Neville Chamberlain). All’insediamento nell’ufficio dell’amministrazione del Primo Ministro Salisbury, Chamberlain orgogliosamente proclamava i suoi sentimenti ultra-imperialisti: “io credo nell’Impero Britannico e credo nella razza britannica. Credo che la razza britannica sia la più grande delle razze dominanti che il mondo abbia mai visto”. Clandestinamente Chamberlain forniva fucili ai cospiratori e mise a loro disposizione un tratto di terra come luogo di raccolta per l’attacco. (10)

Dopo aver perso 21 uomini nel tentativo di rovesciamento, Jameson e i suoi compagni furono catturati e processati. A Johannesburg, le autorità del Transvaal arrestarono Phillips per aver organizzato l’incursione. Fu trovata una corrispondenza segreta incriminante fra lui ed i cospiratori Beit e Rhodes, il che spinse Phillips a confessare la sua colpa. Un tribunale del Transvaal indulgentemente condannò Jameson a 15 mesi di prigione. Phillips fu condannato a morte ma la pena fu presto commutata in un’ammenda di 25.000 Sterline. (Più tardi, dopo il suo ritorno in Inghilterra, il finanziere fu insignito cavaliere per i suoi servizi all’Impero e durante la Prima Guerra Mondiale gli fu assegnato un importante incarico nel Ministero degli Armamenti).

Nonostante fu un fiasco, l’incursione di Jameson convinse i boeri che i britannici erano determinati, anche a costo di vite umane, a derubare la loro libertà conquistata con fatica. Il sangue di coloro che morirono nell’incursione fallita suggellò simbolicamente l’alleanza della finanza ebraica e dell’imperialismo britannico. (11)

Jan Christians Smuts, il giovane e brillante dirigente boero che un giorno sarebbe diventato il Primo Ministro dell’Unione del Sud Africa, affermò in seguito: “Il Raid di Jameson fu la vera dichiarazione di guerra nel grande conflitto anglo-boero. E nonostante i quattro terribili anni che seguirono, gli aggressori consolidarono la loro alleanza, mentre gli aggrediti mestamente ed in silenzio si preparavano per l’inevitabile” (12)


I preparativi per la Guerra

Imperterrito, nonostante il fallimento della missione di Jameson, l’Alto Commissario Britannico Milner, col sostegno dell’ambiente dei raccatta-oro, iniziò segretamente a fomentare una guerra su vasta scala per assorbire le terre dei boeri nell’Impero. Mentre ufficialmente si preparava per “negoziare” col Presidente Kruger circa lo status degli “uitlanders” (stranieri), Milner segretamente non faceva mistero delle sue intenzioni di “strizzare” i boeri. Nel loro incontro di maggio-giugno 1899 egli chiese a Kruger  che l’ondata di stranieri che si era riversata nella repubblica del Transvaal negli anni recenti avesse “voce in capitolo”. Mentre i colloqui inevitabilmente si interruppero, Kruger rabbiosamente sbottò: “E’ il nostro paese che volete!”

Perfino mentre le “trattative” erano in corso, la Wernher Beit & Co. finanziava segretamente un esercito di “stranieri” di 1.500 elementi che crebbe fino a 10.000. Come ebbe modo di notare Pakenham: “I raccatta-oro, contrariamente alla versione accettata di storici successivi, erano partner attivi con Milner nel fare la guerra.” (13)

Horatio Herbert Kitchener, l’illustre signore della guerra che comandò le forze britanniche nel Sud-Africa dal 1900 al 1902, affermò in seguito privatamente che un importante fattore nel conflitto era che i boeri “temevano di finire nelle mani di certi giudei che senza dubbio esercitavano una grande influenza nel paese.” (14)

Per i dirigenti politici inglesi, portare le Repubbliche Boere sotto il dominio imperiale, sembrava loro completamente logico e predestinato. Sulla dominante mentalità che prevaleva a Londra, lo storico Pakenham scrisse: (15)

 

“L’indipendenza di una Repubblica Boera, debordante di oro e brulicante di fucili importati, minacciava lo status britannico di potenza “suprema”. La supremazia britannica non era un concetto nella legislazione internazionale, ma la maggior parte degli inglesi pensavano che avesse un senso pratico. L’indipendenza boera più che assurda sembrava peggio; era pericolosa per la pace nel mondo. La soluzione sembrava quella di avvolgere tutto il Sud Africa nella Union Jack (bandiera inglese), facendo dell’intero paese un dominio britannico…”

 

La maggior parte dei quotidiani inglesi spingevano per la guerra. E questo era ancor più vero nel caso della stampa posseduta o controllata dagli giudei, il che includeva l’influente organo conservatore The Daily Telegraph, di proprietà di Lord Burnham (nato Edward Levy), il Daily News degli Oppenheimer, l’Evening News dei Marks e la St. James Gazette degli Steinkopf (16).

Riflettendo il consenso ufficiale di Londra, il 26 Agosto 1899, Chamberlain rilasciò un intransigente discorso diretto contro i boeri e due giorni dopo inviò un dispaccio di minacce a Kruger. Il Segretario Britannico delle Colonie stava, in effetti, chiedendo ai boeri di rinunciare  alla loro sovranità. Preparandosi alla guerra contro le Repubbliche boere, il governo di Salisbury, l’8 settembre, decise ad inviare altre 10.000 truppe in Sud Africa. Quando i dirigenti boeri vennero a sapere, poco più tardi, che Londra stava preparando una forza di 47.000 uomini per invadere le loro terre, le due repubbliche si unirono e congiuntamente prepararono le loro truppe e le armi per la battaglia.

Con la guerra imminente e la pazienza dei boeri ormai esaurita, Kruger ed il suo governo lanciarono un ultimatum il 9 Ottobre 1899. Equivalente ad una dichiarazione di guerra, egli chiese il ritiro delle forze britanniche e l’arbitraggio di tutti i punti di disaccordo. Due giorni più tardi, dopo che l’Inghilterra fece scadere l’ultimatum, la guerra iniziò.


Una guerra di popolo

Gli uomini boeri erano cittadini-soldati. Per legge, tutti i maschi delle due repubbliche in età fra i 16 e i 60 anni erano soggetti alla chiamata alle armi. Nel Transvaal ad ogni cittadino maschio veniva richiesto di avere un fucile e delle munizioni. Ad una parata militare tenutasi a Pretoria, la capitale del Transvaal, il 10 Ottobre 1899 in onore del 74° compleanno di Kruger, allevatori provenienti da zone remote, impiegati e funzionari dalle città ed altri cittadini pronti al combattimento, marciarono davanti al loro leader. Insieme a loro vi erano combattenti volontari provenienti dall’estero che condividevano la causa boera, incluso un migliaio di olandesi e tedeschi ed un contingente di un centinaio di irlandesi (incluso un giovane John MacBride, che fu condannato a morte 17 anni dopo per il ruolo che ebbe nella Rivolta di Pasqua di Dublino. (17)

Anche se si preparavano ad affrontare la più potenze forza del mondo, i boeri erano fiduciosi e determinati. Sebbene inferiori di numero, il loro morale era buono. Combattevano per la loro terra, la loro libertà ed il loro modo di vivere, e in più in casa loro. Lo storico britannico Phillip Knightley scrisse: (18)

 

“Il boero, un incompleto civile ed un incompleto soldato, alternandosi fra la cura della sua terra e il combattere gli inglesi, armato leggero con un fucile a ripetizione, mobile, capace di vivere per lunghi periodi di poche strisce di carne secca e di poca acqua, contando sul discreto sostegno dei suoi compaesani, per niente pauroso di ritirarsi quando la battaglia era a suo sfavore, capace di scegliere il terreno ed il momento per l’attacco, rappresentava ben più di una sfida per qualsiasi esercito regolare, indipendentemente dalla sua forza.”

 

I combattenti boeri erano anche cavallereschi in battaglia. Alcuni anni dopo la fine della guerra, quando gli animi si raffreddarono un po’, il London Times, a proposito della storia della guerra ammise: (19)

 

“Nel momento del loro trionfo i boeri si comportavano con la stessa immutata generosità che dimostravano dopo la maggior parte delle loro vittorie. Sebbene esultanti, non erano ingiuriosi. Provvedevano a dissetare e a dare coperte ai feriti e trattavano i prigionieri con ogni considerazione.”

 

Sebbene i boeri conseguirono alcune importanti vittorie iniziali, le numericamente superiori forze britanniche riuscirono presto a riprendere terreno. Ma perfino la conquista delle loro principali città e le linee ferroviarie non portò i boeri a capitolare. I “commandos” boeri, inferiori di numero in rapporto di quattro a uno ma sostenuti dal popolo, lanciarono una campagna di guerriglia contro gli invasori. Colpendo senza preavviso, riuscirono ad evitare che il nemico sottomettesse completamente la loro gente e la loro terra.

Ippotrasportati, il combattente “commando” boero non aveva nulla del tipico soldato. Di norma con una lunga barba, indossava rozzi vestiti da agricoltore ed un cappello a tesa larga e cinture di munizioni su entrambe le spalle.


“Metodi di barbarismo”

Lord Kitchener, il nuovo comandante britannico, adottò tattiche per “ripulire” una guerra che molti in Gran Bretagna ritenevano già vinta. Dichiarando una guerra spietata contro un intero popolo, egli ordinò alle sue truppe di distruggere bestiame e raccolti, bruciare fattorie e deportare donne e bambini in “campi di rifugio”. Rapporti da questi tristi centri di internamento, che sarebbero presto stati denominati campi di concentramento, scioccarono il mondo occidentale.

Il nuovo stile britannico di condurre la guerra fu riassunto in un rapporto fatto nel Gennaio 1902 da Jan Smuts, il trentunenne generale boero (e futuro primo ministro sudafricano):

 

“Lord Kitchener ha iniziato a fare una politica, in entrambe le Repubbliche Boere, di incredibile barbarie e orrori che violano le più elementari principi delle norme di guerra internazionali.

Quasi tutte le proprietà agricole e villaggi in entrambe le repubbliche sono state bruciate e distrutte. Tutti i raccolti sono stati distrutti. Tutto il bestiame caduto nelle mani nemiche è stato ucciso o macellato.

Il principio di base, dietro alle tattiche di Lord Kitchener, è stato quello di vincere, non tanto tramite operazioni dirette contro commandos combattenti, ma piuttosto indirettamente esercitando la pressione bellica su donne e bambini senza difesa.

Questa violazione di ogni norma internazionale è molto tipica della nazione che esercita il ruolo di giudice eletto nei confronti degli usi e dei costumi delle altre nazioni.”

 

Fucilazione di prigionieri

John Dillon, un nazionalista irlandese membro del Parlamento, si dichiarò contro la politica britannica di fucilare i prigionieri di guerra boeri. Il 26 febbraio 1901 egli rese pubblica una lettera di un ufficiale sul campo britannico:

 

“Gli ordini in questo distretto da parte di Lord Kitchener sono di bruciare e distruggere tutte le scorte, i foraggi ecc. catturare il bestiame, i cavalli e sequestrare tutto quanto viene trovato e di non lasciare provviste di cibo alcuno nelle case ed è girata discretamente la voce che non si dovevano fare prigionieri. Cioè tutti gli uomini trovati a combattere vanno fucilati. Questo ordine mi fu dato personalmente da un generale, uno tra i più alti ranghi in Sud Africa. In proposito non ci sono quindi errori. Le istruzioni date alle colonne che circondano De Wet a nord del fiume Orange sono di fucilare tutti gli uomini in modo che nessuno possa raccontare. Alle truppe fu anche detto di saccheggiare liberamente ogni casa, indipendentemente se gli uomini di quella casa fossero combattenti o meno.”

 

Dillon lesse quanto segue da un’altra lettera di un soldato che era stata pubblicata nel Liverpool Courier: “Lord Kitchener ha emanato ordini ai suoi uomini di non portare alcun prigioniero boero. Se qualcuno lo avesse fatto avrebbe dovuto condividere la sua razione di rancio col prigioniero.” Dillon parlò di una terza lettera di un soldato che serviva nel Reale Reggimento Gallese e che fu pubblicata nel Wolverhampton Express e Star: “Ora non facciamo prigionieri. E’ successo che rimasero alcuni boeri feriti. Li mettemmo nella macina. Tutti morirono”.

Il 20 gennaio 1902, John Dillon ancora una volta espresse il suo sdegno nella Casa dei Comuni contro la totale violazione da parte dell’Inghilterra di uno degli usi più riconosciuti della guerra moderna che proibisce di devastare e saccheggiare il paese del nemico e di distruggere gli approvvigionamenti alimentari in modo tale da ridurre alla fame i non-combattenti.

“Che cosa avrebbe detto l’umanità civilizzata” – chiese Dillon – “se la Germania, marciando su Parigi, nel 1870, avesse trasformato l’intero paese in una vasta desolazione e concentrato le donne e i bambini francesi in campi dove sarebbero morti a migliaia? Tutta l’Europa civilizzata sarebbe corsa in loro soccorso”. (20)


Armare i nativi


Sfidando i prevalenti concetti razziali dell’epoca, il Generale Kitchener fornì fucili ai nativi neri africani per combattere i boeri bianchi. Alla fine i britannici armarono almeno 10.000 neri, sebbene questa politica fu tenuta segreta per timore di offendere l’opinione bianca, in particolare nella madre patria. Come di norma succede, i neri diedero prova di essere scarsi come soldati ed in molti casi uccisero donne e bambini boeri indifesi in tutto il paese. Il destino delle donne e dei bambini boeri che fuggirono all’inferno dei campi di internamento era quindi più terribile di quello di coloro che non vi riuscirono.

Nella sua relazione del Gennaio 1902, il Generale Smuts descrisse come i britannici reclutarono i neri africani:

 

“Nella colonia del Capo ai neri non civilizzati fu detto che se i boeri avessero vinto, la schiavitù sarebbe stata riportata. Furono promesse loro le proprietà e le fattorie dei boeri se si fossero uniti agli inglesi; che i boeri avrebbero lavorato per i neri e che avrebbero potuto sposare donne boere.”

 

Armare i neri, disse Smuts, “rappresenta i più grande crimine che sia mai stato perpetrato contro la razza bianca in Sud Africa.” Il capo dei commando boeri, Jan Kemp, in modo analogo lamentò che la guerra veniva combattuta “ contrariamente alle norme di civiltà e portata avanti in buona parte con l’ausilio di neri [1. Ndr]” (21) L’armare i nativi neri fu una delle principali ragioni citate dai leader boeri  per la resa finale nella lotta: (22)

 

“Le tribù di neri [1. Ndr], all’interno ed all’esterno delle frontiere dei territori delle due repubbliche, sono per lo più armate e stanno partecipando alla guerra contro di noi e, nel commettere omicidi ed ogni sorta di crudeltà, hanno causato una situazione di fatto insostenibile in molti distretti di entrambe le repubbliche.”

 

Campi di concentramento

I centri di internamento britannici in Sud Africa divennero presto conosciuti come campi di concentramento, un termine adattato dai campi “reconcentrado” che le autorità spagnole a Cuba allestirono per rinchiudervi gli insorti (23).

Una battagliera zitella inglese di 41 anni, Emily Hobhouse, visitò i campi in Sud Africa e, forte della sua conoscenza di prima mano, allertò il mondo con i suoi orrori. Essa disse degli internati: “privati di vestiti…… la semi-carestia nei campi……. i bambini che giacevano sulla nuda terra in preda alla febbre……. l’enorme mortalità”. Parlò anche di camion aperti pieni di donne e bambini, esposti alla pioggia gelida delle pianure, a volte lasciati per giorni vicino ad una ferrovia, senza cibo e senza ripari. “In alcuni campi“ – la Hobhouse teneva conferenze e parlava ai lettori dei giornali di ritorno in Inghilterra – “due e a volte tre diverse famiglie vivono in una tenda. Dieci, undici e anche dodici persone sono costrette a vivere in una singola tenda. La maggior parte doveva dormire in terra. Questa gente non potrà mai dimenticare ciò che è accaduto”. Essa affermò anche: “i bambini sono quelli più colpiti duramente. Essi languono nella terribile calura come conseguenza di una alimentazione inadatta e insufficiente. Mantenere questo tipi di campi non significa altro che uccidere dei bambini” (24)

In una relazione ai membri del Parlamento, Hobhouse descrisse le condizioni di un campo che aveva visitato (25):

 

“Un bambino di sei mesi sta agonizzando sulle ginocchia della madre. In un'altra tenda, un bambino che stava guarendo dal morbillo ma dimesso dall’ospedale prima che potesse camminare, steso per terra pallido ed esangue. Lì vicino una ragazza di 21 anni che sta morendo su una barella. Il padre inginocchiato accanto a lei, mentre la madre stava guardando un bambino di sei anni anch’egli morente ed uno di cinque ricurvo su se stesso. Questa copia aveva già perduto tre figli.”

 

Hobhouse si accorse che nessuna sofferenza avrebbe scosso la determinazione delle donne boere, nemmeno vedendo i loro bambini affamati morire sotto i loro occhi. “Esse non hanno mai espresso” – scrisse – “un desiderio che i loro uomini dovessero arrendersi. Si doveva combattere ora, pensano, fino all’ultimo respiro.”

Mortali epidemie come tifo, dissenteria e (per i bambini) il morbillo, scoppiarono nei campi rapidamente. In un periodo di 3 settimane un epidemia al campo di Brandfort uccise circa un decimo della intera popolazione detenuta. Nel campo di Mafeking si arrivò ad avere 400 morti al mese, per lo più causati da tifo, che raggiunse un tasso di mortalità annuale del 173%.

In totale gli inglesi rinchiusero 116.572 boeri nei loro campi di internamento in Sud Africa, cioè circa un quarto di tutta la popolazione boera, quasi tutti questi erano donne e bambini. Dopo la guerra un rapporto governativo ufficiale concluse che 27.927 boeri erano morti nei campi, vittime di malattie, malnutrizione ed esposizione alle intemperie. Di questi, 26.251 erano donne e bambini e di questi, 22.074 erano bambini dell’età inferiore ai 16 anni. Fra i circa 115.000 africani neri, anch’essi internati nei campi inglesi, quasi tutti erano lavoratori affittuari o domestici di boeri più abbienti. Si stima che più di 12.000 morirono. (26)

Dopo l’incontro con Hobhouse, Sir Henry Campbell-Bannerman, capo del Partito Liberale di opposizione ( e futuro Primo Ministro), dichiarò pubblicamente: “Quand’è che una guerra non è una guerra? Quando questa viene intrapresa con metodi barbarici come in Sud Africa “ – questa frase memorabile “metodi barbarici” venne presto ampiamente citata, provocando sia una calda ammirazione che una rabbiosa condanna. (27)

La maggior parte degli inglesi, che sostenevano la politica bellica del loro governo, non volevano sentire questi discorsi.  Facendo eco al diffuso sentimento in favore della guerra, il LONDON TIMES affermò in un editoriale che le affermazioni di Campbell-Bannerman erano irresponsabili, se non sovversive. Il ragionamento dell’influente giornale rifletteva il prevalente atteggiamento che diceva: “giusto o sbagliato prima viene il mio paese”. “Quando una nazione è impegnata in una seria lotta nella quale è in gioco la sua posizione nel mondo” – disse il Times ai suoi lettori – “è dovere di ogni cittadino, indipendentemente dalla sua posizione circa la disputa politica, di astenersi al massimo dall’ostacolare e impedire la politica del suo paese, nel caso non possa prestare il suo attivo supporto.” (28)

David Lloyd George,che sarebbe diventato in seguito Primo Ministro del suo paese durante la Prima Guerra Mondiale, accusò le autorità britanniche di perseguire “una politica di sterminio” contro donne e bambini. Per certo, non fu una politica diretta, disse, ma fu una politica che dava quella conseguenza. “La guerra è una cosa indegna perpetrata nel nome della libertà umana”, così protestò Lloyd George. Egli espresse anche preoccupazione circa l’impatto di queste crudeli politiche sugli interessi a lungo termine della Gran Bretagna: (29)

 

“Quando i bambini vengono trattati in questo modo e muoiono, stiamo semplicemente mettendo in fila le più profonde passioni del cuore umano contro il dominio britannico in Africa. Verrà sempre ricordato che questo è il modo in cui iniziò il dominio inglese laggiù (nelle Repubbliche boere) e che questo è il metodo con il quale esso fu portato avanti.”

 

Durante un discorso in Parlamento il 18 Febbraio 1901, David Lloyd George citò da una lettera di un ufficiale britannico: “Ci muoviamo di valle in valle, rastrellando bestiame e pecore, bruciando e saccheggiando, facendo piangere dalla disperazione donne e bambini davanti alle rovine di quelle che erano una volta le loro belle case.” Lloyd George commentò: “non è una guerra contro gli uomini ma contro donne e bambini.” (30)

“La coscienza della Gran Bretagna” – osservò in seguito lo storico Thomas Pakenham – “fu scossa dall’olocausto nei campi, proprio come la coscienza americana fu scossa dall’olocausto in Vietnam.” Fu grazie al risultato dello sdegno pubblico in Gran Bretagna circa le condizioni dei campi, il cui merito va anche a Emily Hobhouse, se le misure prese in seguito ridussero drasticamente il tasso di mortalità. (31)


Propaganda

In questa guerra, così come in molte altre, i propagandisti sfornarono un getto continuo di menzogne maliziose per generare il sostegno popolare all’aggressione e all’uccisione. I giornali inglesi, il clero e corrispondenti di guerra inventarono centinaia di storie false di atrocità che ritraevano i boeri come rozzi, arroganti e traditori. Queste includevano numerose scioccanti affermazioni secondo le quale i soldato boeri massacravano i civili pro-britannici, che i civili boeri uccidevano i soldati inglesi e che i boeri fucilavano i loro compatrioti che si volevano arrendere. “Praticamente non c’erano limiti a tali invenzioni”, affermò lo storico Phillip Knightley.

Un film cinegiornale, ampiamente divulgato, dava da intendere che i boeri attaccavano una tenda della Croce Rossa mentre i dottori e le infermiere inglesi curavano i feriti.

In verità questo falso fu girato con degli attori ad Hampstead Heath, un sobborgo di Londra. (32)


I guerrafondai smascherati

Negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa, l’interesse pubblico nel conflitto era alto. Sebbene il sentimento popolare in questi paesi era ampiamento pro-boeri e anti-britannico, i leader di governo, temendo le avverse conseguenze di sfidare la Gran Bretagna, era pubblicamente pro-Inghilterra, o almeno sapientemente neutrali.

William Jennings Bryan, Andrei Carnegie e molti altri americani erano imbarazzati dal lampante paragone fra la politica inglese e quella americana del giorno: proprio mentre gli inglesi stavano sottomettendo con la forza i boeri in Sud Africa, le truppe americane stavano brutalmente sopprimendo i nativi combattenti per l’indipendenza nelle Filippine recentemente acquisite. Facendo eco ad un diffuso sentimento americano del momento, Mark Twain dichiarò: “Penso che l’Inghilterra sbagliò quando si impegnò in una guerra in Sud Africa che avrebbe potuto evitare, proprio come noi abbiamo sbagliato ad impegnarci in una guerra simile nelle Filippine”. Nonostante questo sentimento, il governo del Presidente McKinley e gli sciovinisti giornali di William Randolph Hearst stettero dalla parte della Gran Bretagna. (33)

Ma anche nella stessa Inghilterra vi era una considerevole opposizione alla guerra. Nella Casa dei Comuni, il deputato liberal Phillip Stanhope (in seguito Barone Weardale) presentò una risoluzione che esprimeva disapprovazione per la campagna militare inglese contro le Repubbliche Boere. Nel ricercare le origine della guerra, disse: (34)


“Fu quindi formata la Lega Sudafricana (pro inglese), e Mr. Rhodes e soci, generalmente di estrazione giudeo-tedesca, trovarono i soldi per la sua propaganda. Tramite questa Lega in Sud Africa e qui in Gran Bretagna, costoro hanno inquinato i pozzi della conoscenza popolare. Il denaro è stato profuso nel mondo londinese e nella stampa ed il risultato è stato che poco a poco l’opinione pubblica ne fu turbata e infiammata, e ora, anziché trovare il popolo inglese che si occupa di questa faccenda con vero spirito inglese, ce ne stiamo occupando con uno spirito che le future generazioni condanneranno.”

 

In Inghilterra l’opposizione alla guerra veniva in particolare dalla sinistra politica. La Federazione Social-Democratica (SDF), guidata da Henry M. Hyndman, era particolarmente esplicita. Il settimanale del partito, “Justice”, aveva già avvertito i suoi lettori nel 1896 che “Beit, Barnato ed i loro compagni giudei” stavano mirando ad “un impero anglo-ebraico in Africa che si estendesse dal Cairo alla colonia del Capo”, disegnato per accrescere le loro gigantesche ricchezze. Fin dal 1890, l’SDF aveva ripetutamente messo in guardia contro la perniciosa influenza dei “capitalisti giudei nella stampa londinese”. Quando la guerra scoppiò nel 1899, “Justice” affermò che i “signori semiti della stampa” avevano propagandato con successo la Gran Bretagna in una “guerra criminale di aggressione.” (35)

L’opposizione alla guerra era altrettanto forte nel movimento laburista britannico. Nel settembre 1900, il Congresso delle Trades Union passò una risoluzione che condannava la Guerra Anglo-Boera definendola una guerra “per assicurare i giacimenti d’oro in Sud Africa ai giudei cosmopoliti, la maggior parte dei quali non avevano ne patriottismo ne patria.” (36)

Nessun membro della Casa dei Comuni si espresse in modo così vigoroso contro la guerra di John Burns, deputato laburista di Battersea. L’ex membro dell’SDF si era guadagnato una rilevanza nazionale in qualità di solido difensore dei lavoratori britannici durante la sua conduzione dello sciopero dei portuali nel 1889. “Da qualsiasi parte si guardi c’è sempre il giudeo finanziario”, Burns dichiarò alla Casa dei Comuni il 6 Febbraio 1900, “che opera, dirige, ispira le agenzie che hanno portato a questa guerra.”

“La traccia del serpente finanziario si estende su questa guerra dall’inizio alla fine.” L’esercito britannico, Burns disse, era stato tradizionalmente il “Sir Galahad della Storia”. Ma in Africa è diventato il “giannizzero degli giudei.” (37)

Burns fu un leggendario combattente per i diritti dei lavoratori inglesi, un instancabile campione di riforma ambientale, diritti delle donne e di migliori servizi sociali. Perfino Cecil Rhodes lo aveva definito come “ il più eloquente leader della democrazia britannica.” Non era solo il ruolo ebraico nel capitalismo che allarmava Burns. Nel suo diario egli scrisse che “lo sfacelo dell’Inghilterra si trova all’interno dei confini del nostro giro pomeridiano in mezzo ai giudei” dell’East London. (38)

I membri nazionalisti irlandesi del Parlamento avevano motivi particolari per simpatizzare per i boeri, ai quali guardavano, come il popolo irlandese, come compagni-vittime della doppiezza e dell’oppressione inglese. Un deputato irlandese, Michael Davitt, diede addirittura le dimissioni alla Casa dei Comuni come “personale protesta politica contro una guerra che credo sia la più grande infamia del diciannovesimo secolo.” (39)

Uno dei più influenti militanti contro il “disegno imperialista ebraico” in Sud Africa fu John A. Hobson (1858-1940), un giornalista ed economista affermato. (40) Nel 1899 il Manchester Guardian lo mandò in Sud Africa per avere un rapporto di prima mano sulla situazione del posto da pubblicare per i suoi lettori. Durante la sua inchiesta durata tre mesi, Hobson si convinse che un gruppetto di “Randlords” giudei era essenzialmente responsabile delle contese e della guerra. (41)

In un articolo del GUARDIAN spedito da Johannesburg proprio poche settimane prima dello scoppio della guerra, egli raccontò ai lettori dell’influente quotidiano liberal: (42)

 

“A Johannesburg la popolazione boera è soltanto un pugno di funzionari con le loro famiglie, circa cinquemila persone fra tutta la popolazione; il resto è equamente diviso fra coloni bianchi, per lo più dalla Gran Bretagna e i Kaffirs neri del posto, che sono ovunque nell’Africa dell’uomo bianco dei taglialegna e portatori di acqua.

La città, per alcuni aspetti, è britannica in modo predominante e perfino in modo aggressivo, britannica però con la differenza che ci vuole un po’ di tempo per capirlo. Quella differenza è dovuta al fattore ebraico. Se si prendono i recenti dati del censimento, pare ci siano meno di settemila giudei a Johannesburg, ma l’esperienza della strada presto insegna quanto questi dati siano errati. Le facciate dei negozi e le sedi delle ditte, il luogo del mercato, i saloons, le piccole verande delle eleganti case periferiche sono sufficienti per convincersi di una ampia presenza del popolo eletto. Se vi fossero dei dubbi, basta una passeggiata fuori dalla Borsa nelle cui strade avviene la parte finanziaria del commercio dell’oro, per farli svanire.

Per quanto riguarda la ricchezza, il potere ed anche i numeri, Johannesburg è essenzialmente una città ebraica. La maggior parte di questi giudei figurano come soggetti inglesi, sebbene molti di loro siano giudei tedeschi e russi arrivati in Africa dopo un breve soggiorno in Inghilterra. Le famiglie ricche, rigorose, finanziarie e commerciali sono principalmente giudei inglesi e non pochi di loro, qui come altrove, hanno anglicizzato i loro nomi in modo più o meno parassitario. Sottolineo questo fatto perché, sebbene tutti sanno che i giudei sono potenti, la loro vera forza qui viene ampiamente sottovalutata. Sebbene i dati siano fuorvianti, val la pena menzionare che l’elenco dei nomi di Johannesburg indica 68 Cohens contro 21 Joneses e 53 Browns.

I giudei hanno una parte poco attiva nelle agitazioni contro gli “Outlanders” (stranieri), lasciano questo lavoro ad altri. Ma siccome metà della terra e nove decimi della ricchezza del Transvaal reclamata dagli Outlanders è per lo più loro, essi saranno quelli che ci guadagneranno di più da un eventuale accordo.”

 

In un autorevole libro pubblicato nel 1900, La Guerra in Sud Africa, Hobson avvertì ed ammonì i suoi concittadini: (43)

 

“Noi stiamo combattendo per mettere una piccola oligarchia internazionale di proprietari minerari e di speculatori al potere a Pretoria. Gli inglesi faranno sicuramente bene a riconoscere che i destini economici e commerciali del Sud Africa sono, e pare resteranno, nelle mani di uomini, la maggior parte dei quali sono di origine straniera, il cui lavoro è la finanza e i cui interessi commerciali non sono affatto inglesi.”

 

Circoli proletari e anti-imperialisti accolsero favorevolmente la molto letta opera di Hobson.

Commentandola, il settimanale Labour Leader, organo semi-ufficiale del Partito Laburista Indipendente, affermava: “Il moderno imperialismo è veramente gestito da una mezza dozzina di imprese finanziarie, molte delle quali ebraiche, per le quali la politica è uno sportello d’incasso nel gioco dell’acquisto e della vendita di garanzie.” (44) In un saggio del Gennaio 1900, l’editore del Labour Leader (e senatore) J. Keir Hardie disse ai lettori: (45)

 

“La guerra è una guerra capitalista, generata da denaro capitalista e dalle menzogne di una stampa capitalista mercenaria da spergiuro, figlia di politicanti senza scrupoli, loro stessi i più meri strumenti dei capitalisti. In qualità di socialisti, le nostre simpatie vanno ai boeri. La loro forma repubblicana di governo denota libertà ed è quindi odiosa ai tiranni.”

 

Sconfitta

Mentre l’anno 1900 volgeva al termine, le forze britanniche tenevano le più importanti città boere, incluse le capitali delle due repubbliche, nonché le principali linee ferroviarie boere. Paul Kruger, l’uomo che impersonificò la resistenza del suo popolo al dominio straniero, fu obbligato ad andare in esilio. Alla fine del 1901 le forze armate boere erano state ridotte a 25.000 unità sul campo, dispiegate in unità disseminate ed ampiamente senza coordinamento e una specie di governo centrale che era l’ombra di se stesso.

Nella primavera del 1902, con il loro territorio quasi interamente sotto il controllo nemico e con i combattenti rimasti minacciati di annientamento e militarmente inferiori nell’ordine di sei a uno, i boeri chiesero la pace. Il 31 Maggio 1902 i loro leader misero fine a 33 mesi di eroica lotta contro forze ampiamente superiori, firmando un trattato che riconosceva Re Edoardo VII come loro sovrano. Il Presidente Kruger apprese della resa dal suo esilio europeo, lontano dalla sua amata patria. Dopo aver dedicato la sua vita al suo sogno principale di una repubblica autonoma di un popolo bianco, morì nel 1904 in Svizzera, un uomo cieco e distrutto.


Conclusione

Quando i combattimenti iniziarono nell’Ottobre del 1899, gli inglesi si aspettavano di vedere le loro truppe vittoriose nel conflitto entro Natale. Questo però si rivelò essere il più lungo, il più costoso, il più sanguinoso e più umiliante conflitto combattuto dalla Gran Bretagna fra il 1815 ed il 1914. Anche se le forze militari mobilitate in Sud Africa dalla più grande potenza imperiale del mondo superavano i combattenti boeri in una proporzione numerica di circa cinque a uno, ci vollero quasi tre anni per sottomettere completamente il tenace popolo pioniere con meno di mezzo milione di abitanti.

La Gran Bretagna impiegò 336.000 truppe imperiali e 83.000 coloniali, per un totale di 448.000 uomini. Di questi, 22.000 trovarono la morte in Sud Africa, 14.000 di loro soccombendo alle malattie. Da parte loro, le due Repubbliche Boere poterono mobilitare 87.360 combattenti, una forza che includeva 2.120 volontari stranieri e 13.300 afrikaaners [bianchi di lingua afrikaans. Ndr] collegati ai boeri e provenienti dalle province del Natal e del Capo governate dagli inglesi. Oltre ai 7.000 e più combattenti boeri che persero la vita in battaglia, ben 28.000 boeri perirono nei campi di concentramento britannici, quasi tutti donne e bambini. (46)

I costi non umani relativi alla guerra erano altrettanto spaventosi. Come parte della campagna della “terra bruciata” di Kitchener, le truppe britanniche causarono terribili distruzioni in tutte le aree rurali boere, specialmente nel Libero Stato di Orange. Al di fuori delle città quasi nessun edificio fu lasciato intatto. Forse rimase in vita un decimo dei cavalli, delle mucche e altro bestiame che c’erano prima della guerra. In gran parte delle terre boere non ci furono raccolti per due anni. (47)

Anche per gli standard dell’epoca (e anche per quelli di oggi), i leader politici e militari inglesi commisero spaventosi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, contro i boeri del Sud Africa, crimini per i quali nessuno è mai stato chiamato a renderne conto. Il Generale Kitchener, per citarne uno, non fu mai punito per aver introdotto misure che perfino un futuro primo ministro definì “metodi barbarici”. Al contrario, dopo aver concluso il suo servizio in Sud Africa fu nominato visconte e maresciallo sul campo, e poi, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, fu nominato Segretario della Guerra. Alla sua morte, nel 1916, fu ricordato non come un criminale, ma piuttosto venerato come una personificazione della rettitudine e della virtù britannica. (48)

In un certo senso, la Guerra Anglo-Boera fu più una campagna militare contro civili che non una guerra fra soldati. Il numero delle donne e dei bambini boeri che perirono nei campi di concentramento fu quattro volte più alto dei combattenti boeri uomini che morirono (di tutte le cause) durante la guerra. Infatti, morirono più bambini boeri al di sotto dei 16 anni nei campi britannici che uomini uccisi in battaglia da ambo le parti.

La sconfinata avidità dei “raccatta-oro” giudei coincideva con le mire imperialistiche del Segretario Britannico alle Colonie Joseph Chamberlain, con i sogni del barone dell’oro e dei diamanti Cecil Rhodes e con le ambizioni politiche di Alfred Milner. Sull’altare della loro cupidigia e ambizione, essi sacrificarono le vite di 30.000 persone che volevano soltanto vivere in libertà, nonché quella di 22.000 giovani inglesi e delle loro colonie.

Dentro di loro, i leader britannici furono disposti a sacrificare le vite di molti dei loro figli ed uccidere uomini, donne e bambini in un continente lontano, per aggiungere ricchezza e potere ad un impero mondiale che era già immensamente ricco e potente. Poche guerre negli ultimi cento anni furono evitabili o con motivi così ovviamente grossolani come la Guerra Sud Africana del 1899-1902.


Note

1. M. Davitt, The Boer Fight For Freedom, pag. 425. Vedi anche: A. Thomas, Rhodes, pag. 143-144; F. Welsh, South Africa: A Narrative History, pag. 303; “Kruger, Stephanus Johannes Paulus“, Enciclopedia Britannica (Chicago), edizione 1957, vol. 13, pag. 506-507.

2. F. Welsh, South Africa: A Narrative History, pag. 302.

3. A. Thomas, Rhodes, pag. 172-181; Reader’s Digest Association, Illustrated History of South Africa, pag. 174; vedi anche S. Kanfer, The Last Empire, esp. Pag. 96, 101-111.

4. Vedi S. Kanfer, The Last Empire.

5. J. Flint, Cecil Rhodes, pag. 86-93. Vedi anche : P. Emden, Randlords (1935).

6. T. Pakenham, The Boer War, pag. 86-87.

7. G. Saron e L. Hotz, ed., The Jews in South Africa, pag. 193-194.

8. Report of the Select Committee of the Cape of Good Hope House of Assembly on the Jameson Raid (1897), pag. 165-167.

9. T. Pakenham, The Boer War, pag. Xxv, 87, 121; A. Thomas, Rhodes, pag. 284.

10. A Thomas, Rhodes, pag. 284-304; S. Kanfer, The Last Empire, pag. 129-131; Il Discorso di Chamberlain dell’11 Novembre 1895, viene anche citato in: British Imperialism Ediz. Robin W. Winks (New York: Holt, Rinehart and Winston, 1967), pag. 80.

11. G. Saron & L. Hotz, ed. The Jews in South Africa (1955), pag. 193-194; Second Report from The Select Committee on British South Africa (1897), p. VII.

12. T. Pakenham, The Boer War, pag. 1. Citato anche in: A. Thomas, Rhodes, pag. 337.

13. T. Pakenham, The Boer War, pag. 88.

14. T. Pakenham, The Boer War, pag. 518.

15. T. Pakenham, Scramble, pag. 558.

16. Claire Hirshfield, “The Boer War and the Issue of Jewish Responsibility“ (1978), pag. 4.

17. T. Pakenham, The Boer War, pag. 90-92, 103, 104, 107.

18. P. Knightley, The First Casualty (1976), pag. 77-78.

19. Citato in: Phillip Knightley, The First Casualty, pag. 75.

20. W. Ziegler, ed. Ein Dokumentenwerk Ueber Englische Humanitaet (1940), pag. 199.

21. Reader’s Digest Association, Illustrated History of South Africa, pag. 246.

22. Reader’s Digest Association, Illustrated History of South Africa, pag. 246.

23. Durante la Guerra Civile Americana, le forze dell’Unione circondavano moltitudini di civili che venivano considerati ostili alle autorità federali e li internavano in “posti”. La nonna del Presidente Truman, con sei dei suoi figli, fu tenuta in uno di questi “posti” che Truman definì essere un vero “campo di concentramento”. Fonte: Merle Miller, Plain Speaking: An Oral Biography of Harry S. Truman (New York: 1974) pag. 78-79. Vedi anche: M. Weber “The Civil War Concentration Camps”, The Journal of Historical Review, Estate 1981, pag. 143. Nel settembre del 1918 il neo-nato governo sovietico emanò un decreto che ordinava: “ E’ necessario proteggere le Repubbliche Sovietiche dai nemici di classe isolandoli in campi di concentramento”. Fonti: D. Volkogonov, Lenin, A New Biography (New York: 1994), pag. 234; M. Heller & A. Nekrich, Utopia in Power (New York: 1986), pag. 66.

24. T. Pakenham, The Boer War, pag. 533-539; T. Pakenham, Scramble, pag. 578; Un rapporto piuttosto dettagliato della Hobhouse circa I campi lo si trova in: S. Koss, The Pro-Boers, pag. 198-207.

25. P. Knightley, The First Casualty, pag. 75-76. Fonte citata: UK Public Record Office, W.O. 32/8061.

26. T. Pakenham, The Boer War, pag. 607; T. Pakenham, Scramble, pag. 578-579; Reader’s Digest Association, Illustrated History of South Africa, pag. 256.

27. T. Pakenham, The Boer War, pag. 534, 540-541; S. Koss, The Pro-Boers, pag. 216, 238.

28. S. Koss, The Pro-Boers, pag. 238-239 (nota).

29. P. Knightley, The First Casualty, pag. 72; T. Pakenham, The Boer War, pag. 539-540.

30. In un discorso del 27 Novembre 1899, Lloyd George disse che gli Uitlanders (stranieri), per conto dei quali la Gran Bretagna sarebbe presumibilmente andata in guerra, erano giudei tedeschi. Giusto o sbagliato, i boeri erano migliori della gente che la Gran Bretagna stava difendendo in Sud Africa. E in un discorso del 25 Luglio 1900, Lloyd George disse: “una guerra di annessione, comunque, contro un popolo fiero deve essere una guerra di sterminio ed è ciò che sembra stiamo commettendo, bruciando proprietà e buttando fuori dalle loro case donne e bambini”. Fonte: Bentley Brinkerhoff Gilbert, David Lloyd George: A Political Life (Ohio State University Press, 1987), pag. 183, 191.

31. T. Pakenham, The Boer War, pag. 547-548.

32. P. Knightley, The First Casualty, pag. 72, 73, 75.

33. Byron Farwell, “Taking Sides in the Boer War”, American Heritage, Aprile 1976, pag. 22, 24, 25.

34. Discorso del 18 Ottobre 1899. S. Koss, The Pro- Boers, pag. 43.

35. C. Hirshfield, “The Boer War and the Issue of Jewish Responsibility” (1978), pag. 5,15; Robert S. Wistrich, Antisemitism (1992), pag. 105-106, pag. 281 (n. 10, 11). Fonte citata: C. Hirshfield, “The British Left and the Jewish Conspiracy”, Jewish Social Studies, Primavera 1981, pag. 105-107.

36. C. Hirshfield “The Boer War and the Issue of Jewish responsibility”, pag. 11, 20; citato anche in: Robert S. Wistrich, Antisemitism (1992), pag. 281 (n. 11). Fonte citata: C. Hirshfield, “The British Left and the Jewish Conspiracy”, Jewish Social Studies, Primavera 1981, pag. 106-107.

37. C. Hirshfield, “The Boer War and the Issue of Jewish Responsibility”, pag. 10, 20. Discorso di Burns del 6 Febbraio 1990, è anche citato in parte in: S. Koss, The Pro-Boers, pag. 94-95. E’ anche citato (sebbene non accuratamente per intero) in: R.S, Wistrich, Antisemitism (1992), pag. 281 (n. 11). Fonte citata: C. Hirshfield, “The British Left and the Jewish Conspiracy”, Jewish Social Studies, Primavera 1981, pag. 105.

38. C. Hirshfield, “The Boer War and the Issue of Jewish Responsibility”, pag. 10, 20.

39. Uno stralcio del discorso di Davitt del 17 Ottobre 1899 viene dato in: S. Koss, The Pro-Boers, pag. 33-34. Davitt scrisse anche un libro, The Boer Fight for Freedom, pubblicato nel 1902.

40. La Hobson è forse meglio conosciuta come l’autrice di: Imperialism: A Study, una dissertazione classica sul soggetto pubblicato per la prima volta nel 1902.

41. C. Hirshfield, “The Boer War and the Issue of Jewish Responsibility”, pag. 13, 23; J.A. Hobson, The War in South Africa: Its Causes and Effects (1900 e 1969), pag. 189.

42. J.A. Hobson, “Johannesburg Today”, Manchester Guardian, Settembre 28 1899. Ristampato in: S. Koss, The Pro-Boers, pag. 26-27.

43. J.A. Hobson, The War in South Africa, pag. 197.

44. C. Hirshfield, “The Boer War and the Issue of Jewish Responsibility”, pag. 13, 23.

45. S. Koss, The Pro-Boers, pag. 54.

46. T. Pakenham, The Boer War, pag. 607-608; T. Pakenham, Scramble, pag. 581.

47. F. Welsh, South Africa: A Narrative History (1999), pag. 343.

48. In suo onore, la città di Berlin, nella provincia canadese dell’Ontario, fu rinominata Kitchener nel 1916, una decisione che rifletteva l’isteria anti-tedesca dell’epoca.

NDR: NOTE
1. l’autore della traduzione aveva tradotto il termine “Kaffirs” (neri, cafri) con
“infedeli”.


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Manoscritto inedito, fornito dall’autore. Per il 1980 era prevista la pubblicazione di una versione riveduta su The Journal of Contemporary History. Una versione di tale documento fu pubblicata nel numero della primavera del 1981 del Jewish Social Studies [centro Ebraico di Studi Sociali, ndr] con il titolo “The British Left and the ‘Jewish Conspiracy’: A Case Study of Modern Anti-Semitism.”

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