Sudafrica: Nelson Mandela. Lettera di Jaap Marais PDF Stampa E-mail
Mercoledì 14 Luglio 2010 09:30

Pretoria, 1990. Cartello inneggiante a Jaap MaraisLa lettera che segue, del 14 gennaio 1999, fu spedita dall’allora capo dello Herstigte Nasionale Party (HNP, in italiano: Partito Nazionale Ricostituito) Jaap Marais (spentosi l’8 agosto del 2000) all'allora presidente americano Bill Clinton. Seppur Marais non fosse un indipendentista boero ma un “nazionalista” afrikaner bianco fedele alle politiche di Verwoerd e al vecchio “Impero” della Repubblica del Sudafrica (“vecchia” RSA), il documento è estremamente interessante per conoscere il vero Nelson Mandela, quello che i media occidentali non vogliono raccontare.

Sudafrica: Nelson Mandela e gli afrikaner

Lettera aperta a Bill Clinton

Al Presidente degli USA
Casa Bianca, Wasghinton, DC

14 gennaio 1999

Signor Presidente
I giornali Sudafricani hanno segnalato che lei, in un suo discorso alla Casa Bianca, ha detto che l’attuale Presidente Sudafricano, Nelson Mandela, le ha insegnato a non odiare i propri nemici politici. Mandela ha altresì riferito d’averle confidato che non ha risentimento nei confronti dei nemici che lo “gettarono in prigione”. E lei, nel discorso in oggetto, ha dichiarato che la sua (presente) crisi potrebbe essere comparata alla sofferenza di Mandela in carcere.
Lei sembra non aver compreso le circostanze che portarono all’incarcerazione di Mandela e ai crimini per i quali egli fu condannato alla reclusione, altrimenti non credo avrebbe desiderato identificarsi con esso. Evidentemente ha un’idea distorta di come l’African National Congress (ANC) sotto la direzione del proprio capo, Nelson Mandela, ha agito nei confronti dei propri nemici politici e oppositori.
La sua affermazione riguardo a Mandela “gettato in prigione” crea una errata sensazione Sig. Presidente, perché non fu “gettato in prigione”: fu accusato di sabotaggio e condannato al carcere a vita dal Giudice della allora Divisione del Transvaal della Corte Suprema Sudafricana dopo una lunga udienza nella quale egli fu rappresentato dai propri legali e gli fu concessa ogni opportunità per difendersi. Egli, comunque, rifiutò di giurare e testimoniare, e conseguentemente non poté essere interrogato.
Dopo averlo trovato colpevole, il Giudice disse che era stato erroneamente accusato di sabotaggio invece che di tradimento, nel cui caso la sentenza non sarebbe stata il carcere a vita ma la pena di morte. Il processo fu presenziato da giornalisti, giuristi e persone provenienti da tutto il mondo. Nessuno può avere da ridire sullo svolgimento di tale processo e sul verdetto della Corte.
Anche il Rand Daily Mail, il più esplicito giornale liberale di quel tempo in Sudafrica, e in molte occasioni simpatizzante di Mandela e dell’ANC, così scrisse riguardo alla sentenza pronunciata dal Giudice: “Le sentenze pronunciate dal Giudice De Wet, alla chiusura del processo di Rivonia, sono giuste e sagge. La legge è servita meglio quando è pervasa da clemenza, come nel caso di ieri. Le sentenze non potevano essere meno severe di quelle inflitte. Gli uomini trovati colpevoli avevano progettato atti di sabotaggio su larga scala e stavano cospirando per una rivoluzione armata. Come il Giudice faceva notare ieri, il crimine dei quali essi sono stati trovati colpevoli era, in realtà, di alto tradimento. La pena di morte sarebbe stata giustificata”.
Questi sono i fatti realmente accaduti. Condannare Mandela al carcere, invece di impiccarlo, fu un atto di clemenza da parte dei suoi nemici politici. Mandela ha, perciò, fondati motivi per essere grato ai propri nemici e non per covare rancore contro di loro. Gli è debitore della vita. Lei vorrà concordare che questo mette sotto una luce differente la sua dichiarazione secondo la quale “egli fu gettato in prigione”.
Questo però non è tutto quello di cui Mandela dev’essere grato. Ai tempi del primo ministro P.W. Botha, negli anni ottanta, Mandela fu trasferito dalla prigione di Robben Island al carcere di Pollsmor vicino Città del Capo, dove ricevette un trattamento di favore assolutamente speciale. P.W. Botha intraprese un cammino volto al rilascio di Mandela, con il pretesto che non era augurabile “la morte di un vecchio in prigione”.
Dalla prigione di Pollsmoor, Mandela fu trasferito presso l’abitazione di un dirigente del Dipartimento Carcerario nella città di Paarl, nel Capo occidentale. Lì egli usufruiva di ogni comodità al fine di svolgere il suo ruolo politico, incluso l’utilizzo di un fax. Come suo attendente aveva a disposizione, giorno e notte, un poliziotto bianco.
Dopo una campagna meticolosamente orchestrata, dentro e fuori il Sudafrica, Mandela fu rilasciato dal governo di F.W. De Klerk ad un ricevimento a Città del Capo, allestito come palcoscenico, con la presenza della South African Broadcasting Corporation (principale emittente televisiva sudafricana n.d.r.) che gli fornì la prima piattaforma di lancio per le proprie iniziative politiche. Da lì in poi il governo di De Klerk, in una serie di azioni traditrici, iniziò dei negoziati di pace con l’ANC, stendendo una nuova costituzione sulla base di elezioni a suffragio universale in un unitario Sudafrica, atto che significava arrendersi all’ANC e consentire a Mandela di diventare presidente del Sudafrica.
L’essenza di questo stravolgimento politico fu ben compresa da Paul Johnson, celebre intellettuale britannico, in The Spectator [giornale britannico, ndr] dell’aprile 1994. “Il Sudafrica sotto F.W. De Klerk”, disse, “Fa un salto suicida al suffragio universale”. Egli predisse che nel tempo massimo di dieci anni il paese sarebbe stato il teatro di interminabili guerre civili africane. “In ogni caso diventerà un cumulo di macerie industriali, disgustoso, insanguinato e rovinato (…) Non c’è la minima speranza che (il Sudafrica) possa continuare ad esistere in un sistema a suffragio universale – è una delle società più divise sulla terra: a livello razziale, etnico, linguistico, come anche economicamente”. Questi sono i risultati di De Klerk. Lei forse ricorderà una sua telefonata a De Klerk nella quale si disse “meravigliato” per ciò che aveva fatto spingendo il Sudafrica su questa disastrosa strada.
Circa dieci mesi dopo (febbraio 1995) The Spectator pubblicò un altro articolo sul Sudafrica nel quale il suo autore scriveva: “Un paese devastato dal crimine e dalla corruzione, il crollo delle regole e una popolazione condannata ad una vita sordida e brutale.” L’articolo descriveva il governo dell’ANC come corrotto e incompetente. Questo è il governo di Nelson Mandela.
Quello che risulta sorprendente è che mentre De Klerk stava tradendo i suoi compiti guidando il paese all’infelicità nazionale, i giornali riportavano: “La Gran Bretagna combatte con fervore per la presenza di F.W. al dibattito dell’O.N.U.”. E successivamente: “I britannici orgogliosi di F.W., architetto del cambiamento pacifico”. E finalmente: “I britannici hanno partorito De Klerk, il loro eroe, nelle loro mani”. Solo un afrikaner che ha tradito il proprio popolo può essere visto dai britannici come eroe. E De Klerk è diventato l’eroe dei britannici mettendo in libertà quell’uomo che, secondo il Giudice De Wet, doveva essere impiccato per alto tradimento.
Lei forse avrà l’impressione di una certa avversità degli afrikaner, come me, che ho avuto il padre che combatté, fu ferito e prigioniero di guerra per più di due anni dei britannici sull’isola di Sant’Elena, mentre essi devastavano il paese e causavano la morte di più di 22.000 bambini di età inferiore ai 16 anni e che, alcune generazioni dopo, vedono De Klerk trattato come eroe dai britannici per aver “irreversibilmente” distrutto il Sudafrica bianco (come lui stesso ammise in un eccesso di vanità).
Allo stesso modo, il sig. Tony Blair, Primo Ministro di Gran Bretagna, nel gennaio 1998 disse che i britannici non dimenticano mai il passato anche quando scrivono il futuro – anche il passato recente, quando l’ANC e il South African Communist Party (SACP – Partito Comunista Sudafricano) avevano i loro quartieri generali a Londra, dove, con il supporto morale britannico, e non solo morale, conducevano i loro attacchi terroristici contro il Sudafrica.
Nel periodo che va dal settembre 1984 all’agosto 1989 non meno di 1.770 scuole furono distrutte o seriamente danneggiate, come anche 7.187 case private di neri, 10.318 autobus, 152 treni, 12.188 veicoli privati, 1.265 negozi e fattorie, 60 uffici postali, 47 chiese e 30 cliniche. E, ancora peggio, ci furono 300 omicidi a sangue freddo con il barbaro metodo delle collane della morte e 372 omicidi di persone nelle proprie abitazioni. Questi erano i mezzi utilizzati nella “lotta” per conquistare il potere, sotto Mandela, una organizzazione controllata dai comunisti, che Peter Younghusband, sul London Daily Mail nel novembre 1994, descriveva come segue: “L’ANC non è mai stata un movimento di liberazione – e a parte alcuni atti di terrorismo urbano, la sua ala militare, Umkhonto we Sizwe (Lancia della Nazione n.d.r.), ebbe poco valore come forza di combattimento (…) L’ANC molto convenientemente aspettava in esilio che il mondo le mettesse ai piedi il regime bianco”. E aggiungeva, che Mandela è incapace a guidare il paese, e che lui e l’ANC stanno costantemente riducendo il Sudafrica al rango di altro paese del Terzo Mondo.
E’ una cosa dire che Mandela non porta rancore nei confronti dei suoi nemici, ma è altra cosa giudicarlo per ciò che fa, per ciò che permette, e per quello che non si è curato di fare. E’ necessario considerare il tutto nella prospettiva storica. Quando Mandela e la sua corte comunista a Rivonia stavano progettando una rivoluzione sanguinaria nei primi anni sessanta, il governo nazionalista afrikaner era sotto la guida del dott. H.F. Verwoerd. E fu sotto la direzione del dott. Verwoerd che questa cospirazione comunista, per il rovesciamento violento del governo sudafricano, fu schiacciata, Mandela e i suoi collaboratori messi in prigione e l’organizzazione del Partito Comunista Sudafricano (SACP ndr) distrutta dall’efficiente azione di infiltramento delle forze di polizia.
Verwoerd sconfisse i piani di Mandela umiliandoli. E per Mandela questo è un nemico politico che non può essere perdonato per aver salvato il Sudafrica da una sanguinosa rivoluzione comunista. Questo è Hendrik Verwoerd. Lui e il suo spirito perseguitano quelli che stanno distruggendo i risultati della sua ineguagliabile politica di successo.
Verwoerd non fu soltanto l’uomo che riuscì a prevenire una rivoluzione comunista. Fu anche il più importante statista Sudafricano del secolo, al pari, se non superiore, dei suoi contemporanei nel mondo occidentale, che può essere valutato per il lavoro svolto nonostante l’ostilità del blocco anglo-americano, del blocco comunista e del blocco afro-asiatico. Egli non solo assicurò la sopravvivenza del Sudafrica contro i molti attacchi violenti, egli porto il paese ad un livello di stabilità, ad uno stato di benessere e prosperità, ineguagliati nel mondo in simili circostanze.
Per supportare queste mie dichiarazioni mi lasci citare i nemici e gli oppositori di Verwoerd. Jan Botha, liberale, nel suo libro “Verwoerd is dead” (“Verwoerd è morto” ndr), al riguardo di “le minacce delle Nazioni Unite e l’embargo sulle armi di Stati Uniti e Gran Bretagna”, scriveva:
“Verwoerd ha costruito il suo monumento, ancora visibile dopo la sua morte: la Repubblica Sudafricana. Il popolo bianco è stato fuso insieme in spirito d’unità, il paese è militarmente forte e abile, le forze di polizia si occupano concretamente di prevenire la sovversione e le infiltrazioni, l’economia è funzionale e sta diventando sempre più auto-sufficiente.” “…nella storia Sudafricana il suo nome vivrà per sempre come quello del capo che, quando il suo paese fu minacciato dal disordine internazionale e dalle sanzioni economiche, boicottaggi e esplicite aggressioni da oltre oceano, si erse come simbolo di difesa con la volontà e la determinazione di sopravvivere”.
Non solo umiliò l’azione dei grandi blocchi, ma sconfisse anche i piani dell’ANC per creare disordini.
Che John Botha non sia soltanto una voce isolata può essere dimostrato citando altre fonti. Paul Barrow, in The Statist, appena prima che Verwoerd fosse assassinato il 6 settembre 1966 dal comunista Tsafendas scrisse: “Al ritmo in cui il Sudafrica si sta sviluppando, il termine ‘miracolo’ sarà appropriato alla sua crescita dei prossimi anni”. E il 31 luglio 1966 il portavoce non ufficiale della lobby liberale Sudafricana The Rand Mail, scriveva:
“All’età di quasi 65 anni il Dott. Verwoerd ha raggiunto la vetta di una formidabile carriera. Nessun altro primo ministro Sudafricano ha mai acquistato tanto potere nel paese. E’ alla testa di una massiccia maggioranza dopo una grande vittoria alle elezioni. La nazione gode di un periodo d’abbondanza ed egli può quasi destinare fondi illimitati ai bisogni presenti per la difesa militare. Può asserire che il Sudafrica è uno splendido esempio di pace in un continente problematico. ….”. Queste sono le azioni di un uomo il cui ricordo è stato fatto oggetto della vendetta, sotto il regime di Mandela e dei suoi compagni. E’ stato ordinato di rimuovere il suo nome dal Verwoerd Building, dalla Verwoerd Dam, dal Verwoerd Hospital, e sotto il comando di Mandela è stata abbattuta la sua statua al quartier generale provinciale dello Stato Libero d’Orange in spirito di ostilità e vendetta.
Naturalmente, Verwoerd, come capo degli afrikaner è un simbolo del proprio popolo, così che gli attacchi contro esso sono da reputarsi attacchi indiretti contro gli afrikaner stessi, tant’è che i discepoli di Mandela – mai rimproverati – si sentono liberi di gridare: “Uccidi un agricoltore, uccidi un boero”, incitando l’assassinio di centinaia di agricoltori afrikaner e delle loro famiglie, 431 nel 1997 e 104 dal 1 gennaio al 31 agosto 1998 in 590 attacchi. Nella ribellione dei Mau-Mau in Kenya degli anni sessanta solo 39 agricoltori bianchi furono assassinati e nella guerra terroristica contro la Rhodesia solo 300 furono uccisi nel corso di 14 anni.
Tra quelli che hanno adottato come proprio grido di battaglia “Uccidi un agricoltore, uccidi un boero” c’è Peter Mokaba promosso da Mandela Vice Ministro. Altre cariche sono state affidate a ministri e vice ministri comunisti, tra cui spicca la nomina del comunista Mboweni come presidente della SA Reserve Bank (Banca del Sudafrica ndr) al fine di favorire l’impoverimento degli afrikaner nel nome dell’azione affermativa. Questi sono i modi in cui Mandela ha sfogato il suo risentimento contro gli afrikaner, come contro i suoi nemici politici, mentre andava in giro dicendo che non gli portava rancore. Ancora più rivelatrici sono le sue nomine alla cosiddetta Truth and Reconciliation Commision (TRC - Commissione per la Verità e la Riconciliazione, ndr) e il modo in cui tale commissione ha svolto la sua attività. Costituita da lui, insieme ai nemici e agli oppositori dei precedenti governi. I due afrikaner, De Jager e Malan, insieme ad altri 15, erano stati in modi diversi due oppositori del precedente governo. Comunque, De Jager abbandonò la Commissione deluso, se non disgustato, e Malan alla fine mostrò il suo dissenso con la maggioranza scrivendo un rapporto contro i verdetti della Commissione.
Questa commissione nominata da Mandela ha poco a che fare con la verità e niente da spartire con la riconciliazione. E’ una specie d’incrocio tra il processo di Norimberga ai capi tedeschi della II Guerra Mondiale e i processi moscoviti di Stalin del 1930. Il suo primo obbiettivo è quello di mettere gli afrikaners sulla sedia degli accusati e d’incriminarli - processati e giudicati colpevoli dai propri nemici - e trattare i terroristi dell’ANC su basi completamente differenti, com’è apparso chiaramente in varie occasioni.
In aperta violazione delle leggi vigenti, per esempio, è stata concessa l’amnistia a 37 alti dirigenti dell’ANC per crimini associati a motivazioni politiche, senza neppure specificare le vari leggi, in contrasto con quanto richiesto dalla legge. In questo gruppo erano presenti tra gli altri, Thabo Mbeki, capo dell’ANC (diventato presidente del Sudafrica nel 1999 e rimasto in carica fino al 2008, ndr), il ministro degli Esteri Nzo, il ministro della Giustizia Omar e il ministro della Difesa Modiste. Nonostante questa decisione sia stata annullata da un verdetto giudiziario, niente è stato fatto per correggere tale situazione.
In tali casi, la Commissione non si è adoprata al fine di cercare e divulgare la verità, ma per sopprimerla e soffocarla – un tipo di azione che non si è però ripetuta nei confronti degli afrikaner membri dei servizi di Sicurezza che combatterono contro il terrorismo. Mostrati all’opinione pubblica come criminali subirono forti pressioni personali al fine di farli confessare nel dettaglio, requisito necessario per qualsiasi tipo di richiesta di amnistia.
In questi modi Mandela scaricò il suo rancore contro gli afrikaner – quel popolo di cui i rappresentanti lo salvarono dal patibolo e successivamente gli diedero tutto l’aiuto per diventare presidente del Sudafrica.
Su questo sfondo è spaventoso leggere che quest’uomo ha ogni ragione per odiare i suoi nemici, e che non pensa di punirli! E mentre si permette che tale vendetta sia perpetrata nei confronti degli afrikaner, egli presiede alla decomposizione del paese, quel paese per cui gli afrikaner lottarono, combatterono guerre contro i poteri imperialisti e, sotto il Dott. Verwoerd, lo svilupparono nel gigante industriale africano.
Mentre con Verwoerd, “la nazione godeva d’un eccesso di prosperità”, e il Sudafrica ”era uno splendido esempio di pace in un continente problematico”, con Mandela la nazione soffre un eccesso di povertà e il paese è diventato la capitale della criminalità a livello mondiale – 137 stupri denunciati, 63 omicidi, 73 tentati omicidi, 670 furti con scasso, 35 assalti alle auto… in media, ogni giorno dell’anno in Sudafrica. E’ idea comune che un governo che non può assicurare la vita e le proprietà dei civili sia inidoneo a governare.
“Il Sudafrica”, leggo nelle cronache di un giornale del 29 novembre 1998, “occupa il primo o il secondo posto nella lista mondiale per tutte le forme di crimine, e sono i giovani e i senza casa a pagarne il prezzo”. Delle migliaia di persone che hanno superato l’esame d’ammissione all’università nel 1998, meno di uno su 10 riuscirà ad ottenere un impiego. Nei quattro anni del governo dell’ANC il debito nazionale è più che raddoppiato – dai 194 miliardi di Rand (34 miliardi di dollari americani [adesso – 2010 - 194 miliardi di Rand valgono solo 25,5 miliardi di dollari americani, ndr]) del 1994 ai più di 400 miliardi di Rand (70 miliardi di dollari americani [adesso – 2010 - 400 miliardi di Rand valgono solo 52,5 miliardi di dollari americani, ndr]) attuali, gli interessi passivi sono calcolati in circa il 21 per cento del bilancio.
Durante lo stesso periodo il Rand sudafricano ha perso circa l’80% del suo valore e nei primi dieci mesi del 1998 più di 2,8 milioni di giorni lavorativi sono stati persi sull’onda degli scioperi nel settore industriale.
Questo è il quadro del paese che sotto la guida di Verwoerd aveva il secondo tasso di crescita economica nel mondo (7,9% all’anno), un’inflazione di media al 2%, forniva nuovo lavoro ad una media del 73,6% all’anno, e consentiva di aumentare la presenza dei neri nel settore industriale ad una media del 5,3% all’anno anche maggiore di quella dei bianchi che era al 3,9%. Il Financial Mail pubblicò uno speciale intitolato “Gli anni favolosi: 1961-66”. In cui, il già menzionato Jan Botha, scrisse “Verwoerd lanciò il più grande programma socio-economico per i non-bianchi che il Sudafrica abbia mai visto”.
Questo, Verwoerd, fece d’innanzi alle feroci diplomazie ed economie che gli si opponevano: Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica e altri. Mandela, d’altra parte, era santificato e supportato da questi poteri, ma con il suo avvento al potere il paese s’è disintegrato ed è sprofondato in uno stato senza legge, senza lavoro e senza futuro, una situazione che non ha precedenti in Sudafrica. Nonostante questo, Mandela non si sforza al fine di emulare Verwoerd, ma per denigrare lui e il suo popolo.
Forse lei vorrai riconsiderare il fatto d’essersi identificato con Mandela, alla luce della verità storica.

Distinti Saluti
J. A. Marais
Capo del Hestigte Nationale Party