Piet “Skiet” Rudolph PDF Stampa E-mail
Lunedì 08 Agosto 2011 00:10

 

Piet “Skiet” Rudolph, 1991

Piet Rudolph (Petrus Johannes Rudolph) detto “Skiet” è un nazionalista boero. Un uomo impetuoso, coraggioso e generoso, che ha dedicato la vita alla nazione boera. Seppur sia stato impegnato in varie organizzazioni politiche, il suo approccio è sempre stato quello del combattente, genuino e disinteressato, animato dall’amore per il proprio popolo.
Piet Rudolph è nato in Africa del sud il 20 giugno del 1937, in piccolo paese chiamato Vischkuil, nel distretto di Springs, nel Transvaal.
E’ stato consigliere comunale a Pretoria per lo Herstigte Nasionale Party (HNP, in italiano: Partito Nazionale Ricostituito) e membro del Konserwatiewe Party (KP, in italiano: Partito Conservatore). Successivamente è stato membro di spicco dell’Afrikaner Weerstandsbeweging (AWB, in italiano: Movimento di Resistenza Afrikaner); vice-capo del Boerestaat Party (BSP, in italiano: Partito dello Stato Boero); fondatore e leader dell’Orde Boerevolk (in italiano: Ordine della Nazione Boera).
“Per la sopravvivenza nessun prezzo è troppo alto”, questa frase spiccava su uno striscione retto da Piet Rudolph nel 1979, mentre aspettava Terre’Blanche e altri uomini dell’AWB fuori da un tribunale, processati per aver maltrattato un professore che sbeffeggiava, e chiedeva di annientare, le sacre tradizioni della nazione boera. Una frase su uno striscione, e per lui: uno stile di vita.
Nel 1990, in seguito alla legalizzazione della ANC e del SACP (Partito Comunista Sudafricano) – contro cui, per anni, l’impero della Repubblica del Sudafrica (RSA) aveva combattuto - molti afrikaner bianchi e nazionalisti boeri iniziarono una campagna armata per arrestare quel processo, ormai palese, a cui le istituzioni e i poteri forti stavano lavorando: la costituzione di un impero ancora più grande, di un unico macro-Stato, con tutte le nazioni dell’Africa del sud incatenate insieme, sottomesse ai poteri sovranazionali. Un progetto politico supportato dal grande capitale, dai centri del potere internazionale e dalle forze anti-nazionali.
Piet Rudolph è stato uno dei protagonisti di quel periodo.
La notte del 15 aprile del 1990, guidò un gruppo di uomini all’interno dell’armeria dell’Aviazione Militare Sudafricana a Pretoria, sottraendo un ingente quantitativo di armi, come mai era stato rubato in passato.
L’azione fu rivendicata dallo stesso Piet Rudolph, che telefonò al Pretoria News dicendo che la guerra era imminente e il furto serviva ad armare i commandos boeri.
Altre armi furono sottratte dalla base militare di Wemmerpan a sud di Johannesburg.
Poco dopo una bomba scoppiò a Melrose House, a Pretoria, luogo ove era stato firmato il trattato di pace che aveva messo fine alla Seconda Guerra di Liberazione Boera e all’esistenza delle Repubbliche boere. Il messaggio era chiaro, politico ed indipendentista. I boeri non volevano nessuna guerra razziale, volevano la libertà, quella che gli inglesi gli avevano tolto nel 1902. Volevano la libertà (quella che l’Unione del Sudafrica prima, e la RSA dopo, gli avevano negato), e non nuovi padroni.
Un’altra bomba rase al suolo la sede della National Union of Mineworkers (NUM, in italiano: Sindacato Nazionale dei Minatori) di Rustenburg, nell’allora Transvaal occidentale, la più grande organizzazione affiliata alla COSATU (grande federazione sindacale alleata della ANC e del Partito Comunista Sudafricano).
Orde Boerevolk. 1990: messaggio di Piet RudolphNel giugno del 1990 Piet Rudolph realizzò e diffuse un video in cui dichiarava guerra al governo dell’impero della Repubblica del Sudafrica (RSA), all’ANC e al SACP (Partito Comunista Sudafricano). Piet Rudolph, seduto ad un tavolo recante la scritta “Boerestaat” (Stato Boero), con alle spalle la bandiera della Zuid Afrikaanse Republiek (letteralmente: “Repubblica Sudafricana”, Repubblica Boera nella regione del Transvaal), era circondato da quattro uomini con passamontagna, due dei quali armati con fucili d’assalto.
Rudolph dichiarò che “non era più tempo di parlare” e che “è meglio morire nella gloria che vivere nella disgrazia”. Invitava ad “evitare come peste coloro che dicono di aspettare il momento giusto”, perché “aspetteranno finché sarà troppo tardi” e invitava “quelli che parlano di combattere e sparare a farlo ora. Tutto quello di cui abbiamo bisogno sono circa 500 boeri pronti ad immolare le loro vite sull’altare del nostro ideale per garantirci il successo”.
Dopo la chiamata alle armi di Rudolph, si susseguirono una serie di azioni in tutta la regione. Vennero fatti saltare alcuni uffici del National Party (NP, il partito di De Klerk al potere) e della ANC; abitazioni di appartenenti al NP; proprietà di giudei che supportavano l’ANC e l’idea di un unico stato sopranazionale in Africa del Sud; una sinagoga; due stazioni di taxi; un negozio frequentato da neri a Kempton Park; i binari che collegavano la township nera di Tembisa con Kempton Park; la sede di un giornale di lingua afrikaans schierato su posizioni anti-nazionaliste e il filo-governativo Beeld. Si verificarono anche alcune azioni con lanci di bombe a mano, contro neri nel West Rand. I danni provocati da tali operazioni furono generalmente materiali.
Alcune di queste azioni furono compiute da membri dell’Orde Boerevolk, alcune da appartenenti all’AWB, altre da piccole cellule nazionaliste passate alla lotta armata. Altre azioni violente, verificatesi nello stesso periodo, furono poste in essere (come si è poi scoperto) dai Servizi Segreti sudafricani, come mezzo per favorire la repressione  dei nazionalisti boeri.
Piet Rudolph visse tutto questo periodo braccato dalla polizia imperiale della Repubblica del Sudafrica, tanto che alcuni giornali lo soprannominarono la “Primula Boera”. Si spostava di abitazione in abitazione, ospitato da altri nazionalisti. Da tali luoghi rilasciava comunicati stampa e in essi incontrava persone selezionate. Nell’agosto del 1990 spedì un vaglia telegrafico di 1.000 Rand alla moglie di Du Bruyn, per aiutarla mentre suo marito Gert era detenuto, relativamente all’esplosione a Melrose House.
Piet Rudolph fu arrestato il 17 settembre del 1990, a Pretoria. Il suo arresto, però, fermò solo temporaneamente le azioni armate dei nazionalisti boeri.
Rudolph, nel novembre del 1990, presentando domanda di libertà su cauzione, confermò pubblicamente, per la prima volta, l’esistenza dell’Orde Boerevolk, e di essere a capo di tale organizzazione. Confermò anche di aver partecipato all’assalto a mano armata all’ambasciata britannica a Pretoria nel febbraio del 1990.
In tribunale Rudolph si dichiarò a favore della pace, purché ciò non conducesse alla schiavitù la nazione boera, dominata da una maggioranza nera e straniera. In tal caso, dichiarò: “combatteremo fino alla morte”.
L’Orde Boerevolk rinunciò pubblicamente alla lotta armata, dicendosi favorevole a trattative che conducessero alla creazione di uno Stato boero indipendente. Tale rinuncia portò ad una veloce liberazione di molti combattenti, tra cui lo stesso Piet Rudolph. Piet Rudolph non disse mai dove aveva nascosto, o dove erano finite, le numerose armi e gli esplosivi sottratti alle forze armate dell’impero sudafricano (RSA). Appena rilasciato fu subito nominato Responsabile della Comunicazione per l’AWB.
Rudolph rinunciò alla carica di vice-capo del Boerestaat Party e lasciò l’Orde Boerevolk, sciogliendolo. Altri membri dell’organizzazione decisero però di mantenerla attiva.
Nel 1991 fu in prima linea con l’AWB durante la Battaglia di Ventersdorp, quando la resistenza boera, per impedire un comizio di De Klerk, fronteggiò la polizia imperiale della Repubblica del Sudafrica (RSA) a colpi d’arma da fuoco, perdendo tre uomini.

Piet “Skiet” Rudolph, 1993

Indispettito per il mancato accordo con l’Inkata Freedom Party (il Partito indipendentista degli zulu), nel 1992 Piet Rudolph abbandonò l’AWB. L’accordo (un patto di non belligeranza), doveva rassicurare gli elettori bianchi al referendum costituzionale del ’92, inducendoli a dire NO alla fine dell’Apartheid. I timori dello scoppio di una rivolta nera, e di una guerra su base razziale, erano infatti molto alti, ed erano lo stimolo principale a votare SI. L’accordo con gli zulu doveva smontare tale tesi.
Seppur il sistema vigente fosse osteggiato dai nazionalisti boeri, il NO era al processo in corso, che si sapeva avrebbe imprigionato tutte le nazioni dell’Africa del sud sotto un unico regime.
L’uscita dall’AWB, dettata forse dalla troppa impulsività di Rudolph, mise fine ad una sinergia importante per l’area indipendentista. Piet Rudolph, lasciata l’AWB, riattivò l’Orde Boerevolk, organizzazione che guida ancor oggi.
In più occasioni Piet Rudolph è stato fermato dagli uomini del regime della ANC e portato in tribunale. L’hanno accusato di manifestazione non autorizzata, minacce e aggressione.
Ancor oggi è impegnato a favore del suo popolo, pubblica scritti, rilascia interviste ed organizza iniziative.

Piet “Skiet” Rudolph. Ventersdorp, 2010

Piet Rudolph è il principale oppositore della Volksraad Verkiesing Kommissie (VVK, Commissione elettorale degli afrikaner bianchi per il “Volksraad”), il nuovo progetto massonico, quindi capitalista-comunista, per confondere il vero nazionalismo (boero) con uno falso (afrikaner bianco).
Il 17 febbraio 2011, Piet Rudolph (a 74 anni, afflitto da problemi alla vista) ha partecipato ad un raduno della VVK a Paardekraal, per contestare l’attività di tale organizzazione. Alcuni afrikaner bianchi, membri e/o simpatizzanti della VVK, lo hanno insultato, minacciato, aggredito, e gli hanno sputato in faccia. Sputare in faccia a Piet “Skiet” Rudolph è come sputare sulla Vierkleur. E a ben vedere, è proprio questo quello che fa la VVK. Che usa la Vierkleur come la usò il capitalismo internazionale, quando la piazzò dentro la Prinsevlag, per dar vita ad un nazionalismo artificiale, in funzione anti-boera.
Dopo l’assassinio di Eugene Terre’Blanche, Piet “Skiet” Rudolph, vero boero in senso biologico e spirituale, è l’ultima icona vivente della nazione boera.

Piet “Skiet” Rudolph ed Eugene Terre'Blanche. Pretoria, 1989

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